La Poesia

Il professor Dante Maffia, poeta, critico e scrittore tra i più ascoltati e apprezzati, ci parla di un argomento appassionante e complesso: la poesia.

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La poesia è necessaria?
Serve a qualcosa? È utile all’uomo? Lo ha aiutato a crescere, a vivere meglio, a trovare un qualche lume che lo ha accompagnato nel suo cammino e  gli ha aperto nuovi sentieri? O è soltanto un inutile gioco, affascinante quanto si vuole, ma privo di qualsiasi incidenza? Perché vengono maggiormente  osannati e riveriti Dante, Verdi e Michelangelo, per esempio,  di Marconi?

Mi sono divertito, negli ultimi dieci, quindici anni, a ricopiare su un quadernetto le definizioni di poesia trovate qua e là. Da Aristotele a Platone, da Kant a Jung, da Celan a Borges, da Plotino a Dante, da Mallarmè a Valery, da Ungaretti a Quasimodo, da Keats a Gombrowicz, da Shelley a Pascoli. Divertito perché ognuna delle definizioni mi è sembrata perfetta, anche quando tra loro sono contraddittorie, ognuna mi è parsa perfettamente vera, inconfutabile.
Ma allora ci dev’essere qualcosa che non va, non è possibile che tutto e il contrario di tutto risulti accettabile e perfino convincente, incontestabile.
Insomma, cos’è questo benedetto rincorrere parole  e immagini per distillare una briciola di sogno, per creare un accordo, per fermare un’emozione? Appena un esercizio sofisticato e raffinato, una palestra che permette di racchiudere in sillabe la condizione umana e trasmetterla agli altri?
Ma gli altri come percepiranno le parole che per ognuno hanno valenze e sfumature diverse? Non si è sempre detto che la lingua della poesia è oscura, perennemente nuova, impossibile da decifrare nella sua interezza? Scrive Mario Fubini che quando un critico deve affrontare l’analisi di un testo poetico non ha riferimenti, non può né deve averne, perché essendo una creazione, cioè nata dal nulla, non esistono strumenti prefabbricati per affrontarla. Anche Luciano Anceschi ritorna sull’argomento, a un certo punto dice che “il problema appare quello di capire la molteplicità delle risposte a una domanda che sembra pretenderne una sola”. Un bel grattacapo che riapre il discorso e lo riporta in balia delle opinioni.

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Il “che cos’è” la poesia s’identifica con “a che serve” e non si esce dal cumulo di domande sempre più diramate in direzioni varie che invocano all’unisono la storia, l’etica e l’estetica.
A parer mio la poesia è l’unica possibilità di accedere, con rapida immersione, nel senso della durata; l’unico modo per rubare all’eternità una cadenza del suo passo in continuo divenire. È poca cosa, lo so, ma una poca cosa che ci fa sentire in armonia con l’universo e ci rende “immortali”.
Ecco perché trovo ridicoli i versicoli e i versetti delle varie Vivian Lamarque, delle Biancamaria  Frabotta, dei Maurizio Cucchi, degli Antonio Riccardi. Sono cancellieri curiali della cronaca, amanuensi di un quotidiano che sta con noi notte e giorno e non ci apre nessuno spiraglio oltre il grigiore e l’abitudine.
Versi (non oso chiamarla poesia) che fanno finta di raccontare avvenimenti minimi della propria esistenza (tra l’altro facendoli restare avvenimenti privati, personalissimi), o che li raccontano sul serio, trovo che siano operazioni delinquenziali, disorientanti, prive di nessi con l’arte.

La poesia non è, non può, non deve essere banale resoconto del quotidiano ( i giornali e la televisione bastano ad assolvere questo compito) e dunque deve porsi sul versante della “scoperta” assidua, dello “stupore”, del “viaggio” in un altrove che fugge e non vuole essere violato per non farsi catturare. La poesia è l’effimero che se ne va in fretta verso l’infinito e invita a seguirla  per illuminare quella parte di noi sconosciuta e insondabile che anela a congiungersi con il divino. È semplicemente mortificante vedere come invece da qualche decennio si pretenda di essere poeti offrendo la parte minima, esterna e grigia del proprio essere. In sostanza la poesia non può, non deve, non sa venire a patti col nonsenso, con la gratuità, con l’insolenza e l’arbitrarietà, ma vuole gli spazi incontaminati per lasciare orme da cui si possano leggere i destini dell’uomo.

Se noi ripercorriamo le opere dei poeti (quelli veri!) ci possiamo rendere conto che quelli che ancora riescono a portarci nel segreto del mistero sono i lirici, cioè coloro i quali non hanno dato voce a referti privi di anima e di voli, ma hanno tentato di violare il futuro forzando la mano per sciogliere i nodi che ci impediscono di comprendere la sostanza umana. Per restare alla poesia italiana, Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Campanella, Lorenzo il Magnifico, Pulci, Boiardo, Marino, Alfieri, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Carducci, Pascoli,D’Annunzio, Gozzano, Cardarelli, Quasimodo non sono stati resocontisti del nulla. Hanno piuttosto affrontato il mistero dell’anima inseguendolo a volte per assonanze e tuttavia riuscendo a rubare barbagli che ci hanno permesso di accettare la vita, la pesantezza della vita, in attesa del dopo.

Del resto l’amore e Dio da sempre sono appaiati ai discorsi della poesia. Il che significa che la vita ha senso e si può vivere in pienezza se siamo capaci di avere fede in qualcosa, di vivere l’amore, di avvertire i brividi dei sentimenti e le parole dell’anima.
E tutto questo lo si può ottenere se si è capaci di entrare (a vari livelli) nella “santità” del viaggio che ci fa sentire con pienezza, “docile fibra dell’Universo”. La poesia, è vero, è “una domanda perenne”, “non ha certezze, non ha idoli, non ha risposte, proprio come la vita. Ecco perché è verità insolente, l’unica che salva l’uomo dall’essere, come direbbe Leonardo da Vinci, solo e semplicemente un imbuto.

DANTE MAFFIA PER STUDIO83

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2 commenti

  1. Poesia review | Il blog di Studio83
  2. Giornata mondiale della poesia – Il blog di Studio83

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