5 – Contest – Operazione Venti Nodi
AMICI DI LUNGA DATA
Emanuela Fiorini
Il racconto di Manuela Fiorini è stato selezionato attraverso la nostra “Operazione Venti Nodi”.
È un’opera suggestiva, che tratta l’argomento del paranormale con un gusto tutto italiano impreziosito dalle atmosfere di una splendida e inquietante Modena.
Il ragazzo estrasse dalla tasca una manciata di monete e pagò in fretta la consumazione. Poi, si gettò addosso la giacca e si avviò verso l’uscita del pub.
” Ma come, Enrico, te ne vai di già? Resta ancora un po’, non è nemmeno mezzanotte. “
“Mi dispiace, ma stasera ho un appuntamento importante, al quale non posso proprio man
care. ” Sorrise.
Gli amici si scambiarono un’occhiata maliziosa e lo salutarono con un gesto eloquente.
“Ok, vecchio! Ma domani mandaci un sms. Vogliamo sapere per filo e per segno come è andato il resto della tua serata. “
Enrico si congedò in fretta dagli amici e, nel giro di pochi minuti, passò dal calore del locale al freddo di una nebbiosa notte di fine febbraio. Si strinse il colletto del giaccone, ne alzò i bordi fino a coprirsi le orecchie. Accompagnato dal suo stesso fiato, che si condensava davanti a lui a ogni passo, cominciò a camminare veloce lungo via Gallucci. A quell’ora, i molti locali in cui i giovani modenesi amavano trovarsi al venerdì sera erano pieni. Da dietro le porte proveniva un allegro vociare, mentre la musica ad alto volume, spesso fonte di lamentele da parte dei residenti della via, faceva da colonna sonora a una serata per molti appena iniziata.
Più di una volta, Enrico inciampò nei ciottoli di cui erano lastricate le vie del centro storico di Modena. E ogni volta, riequilibrava la postura per riprendere il ritmo veloce del suo incedere. Aveva fretta, una dannata fretta di raggiungere il luogo dell’appuntamento. Anche se non sapeva bene se la persona che avrebbe dovuto incontrare quella sera si sarebbe fatta viva.
Immerso nei suoi pensieri, Enrico svoltò in Vicolo S. Maria delle Assi, una viuzza talmente minuscola da passare quasi inosservata. In quell’angolo della città dove il tempo sembrava essersi fermato, i ciottoli che lastricavano la strada sembravano essere meno squadrati e più antichi. Il retro della chiesa che intersecava la via, con le sue pietre grezze e squadrate e le finestre prive di vetri, contrastava nettamente con la facciata elegante che, invece, dava su Canalgrande.
Mancavano quindici minuti a mezzanotte, l’ora dell’appuntamento. Enrico si appoggiò alle vecchie mura e attese. Si accese una sigaretta per scaldarsi e ripensò a quattro anni prima.
Era il 2004 ed era sempre la notte tra il ventotto e il ventinove febbraio. Allora, aveva ventiquattro anni e si era laureato da poco. Stava festeggiando con gli amici, come faceva ogni venerdì sera. A un tratto, già rallegrati da un paio di birre medie, in tre si erano allontanati per aggiungere altre emozioni artificiali alla serata. Si erano rifugiati lì, nel Vicolo di Santa Maria delle Assi, e uno di loro aveva estratto dalla tasca della giacca uno spinello che, in breve tempo, aveva cominciato a passare di mano in mano. Anche allora, mancava poco alla mezzanotte.
A un tratto, la terra sotto ai loro piedi aveva avuto una specie di sussulto e il muro alle loro spalle aveva perso improvvisamente di consistenza, per trasformarsi in qualcosa di molto simile ad una superficie d’acqua. Enrico e i suoi amici, in un primo tempo, avevano dato la colpa alla marijuana mischiata all’alcol che circolava nel loro corpo e ci avevano fatto sopra anche una bella risata. Ma, quando da quel pezzo di muro dai contorni sfocati era fuoriuscita una mano, i due amici erano fuggiti terrorizzati, travolgendo Enrico che, perso l’equilibrio, si era ritrovato seduto a terra. Ed era stato allora che, di fronte ai suoi occhi increduli, dal muro era uscita un’altra mano, seguita dalle braccia e dal resto del corpo. In una manciata di secondi si era trovato faccia a faccia con un ragazzo più o meno della sua età. Il giovane indossava un abito da monaco, un paio di sandali aperti e aveva l’espressione più sorpresa e stravolta che avesse mai scorto sul volto di un essere umano. Lo sconosciuto aveva spostato velocemente lo sguardo da una parte e dall’altra, si era toccato le braccia e il viso, come per accertarsi che ogni parte di sé fosse integra. Poi, aveva cominciato a tastare freneticamente il muro, da dove era appena uscito, constatando che questo aveva ripreso la sua pietrosa consistenza originaria.
Concitato, si era rivolto a Enrico.
” Che giorno è oggi? “
“Il…il ventinove febbraio 2004″ gli aveva risposto lui, confuso e terrorizzato. Allora il giovane monaco, in preda ad un’irrefrenabile euforia, aveva cominciato a urlare di gioia, abbracciandolo e pronunciando frasi incomprensibili su pieghe spazio temporali, scarti di tempo e altri deliri simili.
Quella notte, era nata la sua incredibile amicizia con Anselmo. Lo aveva portato in giro per il centro storico di Modena, mostrandogli Piazza Grande, il Duomo e la Ghirlandina, il Palazzo Comunale e il Palazzo Ducale, spiegandogli che era la sede di una prestigiosa Accademia Militare. Tuttavia, ciò che aveva lasciato il giovane monaco sbalordito era stato salire su di un’automobile e sfrecciare lungo la via Emilia, in sella a quello che considerava un enorme animale di ferro.
Verso mattina, Anselmo aveva espresso il desiderio di ritornare in fretta nel vicolo di S. Maria delle Assi. Secondo la sua teoria, quel suo viaggio nel tempo era stato possibile grazie a quello scarto di ore e minuti che, ogni quattro anni, regala al calendario un giorno in più. Ma non un giorno intero esatto. Così, con quel disavanzo, si sarebbe aperta una falla nella dimensione dello spazio-tempo, aprendo un passaggio tra le epoche. Dopo anni di studi, Anselmo era riuscito a trovare uno dei varchi spazio temporali, proprio sul retro della Chiesa di Santa Maria delle Assi. Per la prima volta, aveva potuto dare un senso empirico alle sue teorie. Così, forse per avere un’ulteriore conferma, nel congedarsi da Enrico, gli aveva dato appuntamento al prossimo anno bisestile.
“Ricorda, amico, mio: tra quattro anni esatti, nell’ora che segna il passaggio tra l’ultimo giorno ‘canonico’ del mese di febbraio e il ‘giorno che non c’è’, ci troveremo esattamente qui, dove siamo ora. Allora, per ringraziarti di questa serata, sarò io ad accompagnarti nella Modena del XVII secolo!”
Così, alle prime luci dell’alba del primo giorno di marzo, il giovane monaco se ne era andato, allo stesso modo in cui era venuto: attraversando il muro, diventato improvvisamente inconsistente.
Erano passati esattamente quattro anni da quel giorno. Enrico gettò a terra il mozzicone di sigaretta che si stava rigirando da troppo tempo tra le dita. Tra sé e sé si stava domandando se aveva vissuto veramente quella strana esperienza, della quale, per ovvi motivi di credibilità, non aveva fatto parola con nessuno. Fu tentato di andarsene. Che diavolo ci stava facendo in un vicolo buio, avvolto in una gelida nebbia, in una fredda notte di febbraio?
A un tratto, un tremore che conosceva bene scosse i ciottoli sotto ai suoi piedi. Enrico si allontanò dal muro che, proprio nel punto in cui, fino a pochi secondi prima, era appoggiato, cominciò a diventare improvvisamente molle. In pochi secondi, una figura umana emerse dal varco. I loro sguardi si incrociarono, le loro bocche sorrisero quasi contemporaneamente..
“Enrico! “
“Anselmo… “
Si abbracciarono forte. Poi si guardarono. Entrambi erano più adulti e maturi. Quattro anni erano pur sempre passati, anche se in epoche diverse. Enrico, ora, aveva la certezza che l’esperienza che aveva vissuto il ventinove febbraio di quattro anni prima non era frutto della sua fantasia, o dell’effetto di qualche sostanza strana. Il monaco era davanti a lui, lo stesso sguardo intelligente e il sorriso ironico della prima volta.
“Sai” gli disse “ho dato un’occhiata a quei libri che mi hai prestato quattro anni fa. Quell’Einstein… beh, credo che la sua Teoria della Relatività non abbia ancora trovato tutte le applicazioni pratiche che merita… Ma avremo modo di approfondire. Piuttosto, sei pronto a visitare la Modena del XVII secolo? “
Enrico sorrise e seguì Anselmo attraverso il varco. In quel momento, un pensiero volò ai suoi amici, che si apprestavano a trascorrere il resto della serata al tavolo di un pub. Che cosa avrebbe raccontato loro il giorno seguente? In fondo, non aveva tanta importanza. Probabilmente, alle loro domande insistenti, avrebbe risposto di essersi incontrato con un amico di lunga data.

Franco Seculin detto,
Giugno 4, 2009 a 12:09 pm
Veramente notevole e assolutamente originale.Scorrevole e di facile lettura.Complimenti.Franco Seculin