05.15.09

Una vita transitoria… intervista a Matt Elliott

Pubblicato su interviste a 8:48 am di Studio83

Roberta Bosco intervista il cantautore ex leader dei The Third Eye Foundation Matt Elliott. Un’intervista appassionante accompagnata dalle bellissime illustrazioni che la stessa Roberta ha realizzato per l’occasione.

copertinawebMatt Elliott il musicista, il cantautore, l’uomo. Tra i vari modi che avrei potuto usare per introdurre Matt Elliott, ho scelto il più umano.
Non parlerò quindi dell’ex leader dei The third eye foundation, del cantautore cupo e malinconico, capace di miscelare perfettamente folk e psichedelia dando corpo ad atmosfere oscure, rarefatte e intimiste e capaci di estraniare l’ascoltatore e introdurlo a un mondo ultraterreno e visionario. Non parlerò di questo e altro ancora, parlerò invece dell’uomo che un giorno ho incontrato…

Matt Elliott è un uomo alto, raggiunge (e forse supera) il metro e novanta, é poco più che trentenne, ma il suo viso è già stanco e il suo sguardo punta lontano, quasi a negare la presenza di un pubblico. Sembra irraggiungibile, ma è solo una sensazione, la manifestazione della sua timidezza. A fine concerto, parlando con lui, scopro che non è scostante, tutt’altro: chiacchiera, sorride, fuma tabacco arrotolato, si mescola alla folla e diventa parte di essa. Eppure, penso, il suo sguardo sembra ancora lontano, ma non da me, non da noi, da qualcos’altro.
È strano, ma sembra allontanarsi proprio dalla presunzione di infallibilità e veridicità che tanto spesso travolge l’uomo di successo, spogliandolo della sua umanità, rubandogli l’anima in cambio di una chimerica sensazione di divismo.
Elliott non ha abbandonato le sue spoglie di comune essere vivente, non ha dimenticato che la sua vita, come le nostre, è transitoria, faticosa, difficile da capire e da vivere, non ha dimenticato che il rispetto per sé è cosa inscindibile dal rispetto per gli altri. Per questo ho deciso di parlarvi dell’uomo, più che dell’artista…
Cari amici, ecco a voi la sua intervista, buona lettura.

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Ci viene insegnato che un artista é colui che ha bisogno di “fare” la sua arte sia in circostanze favorevoli, sia in circostanze avverse, perché quel suo fare è più importante di ogni altra cosa. Il suo primo e spesso unico intento è la comunicazione. Questa è la ragione principale per cui non tutti posso no essere artisti e fa di coloro che lo sono dei veri miti. Tuttavia, mercato e media hanno rimodellato il senso originale dell’ essere artista, opponendovi bisogni e aspettative decisamente più umani: fama, onore e soldi. Secondo te, è il mito a cadere o è l’Arte?

Dunque, a pensarci bene, non credo di aver mai riflettuto sulla definizione di artista prima d’ora. Concordo sul fatto che cerchi di comunicare i suoi sentimenti, riuscendo ad andare oltre i confini delle parole e della grammatica, e questo accade soprattutto nella musica e nelle arti visive; ed è proprio il mio bisogno di esprimermi a indurmi a cercare di capire e a esplorare tutto ciò che mi può aiutare in tal senso.
Recentemente, però, ho scoperto un altro lato di me come artista, la mia inclinazione alla curiosità; una curiosità che a volte si spinge fino a ricercare quasi l’infelicità, ma allo stesso tempo mi permette anche di studiarla. È un modo un po’ masochistico di scoprire come affrontare questo tipo di stato d’animo, ma è anche un modo per provare qualcosa, perché anche l’essere infelici, nonostante renda emotivamente invalidi, è sempre meglio che non sentire nulla. Ci ricorda che siamo vivi e, forse, il segreto è tutto qui: le persone curiose esplorano le loro menti.
È anche vero che possiamo capire chi siamo veramente solo quando reagiamo. Ad esempio, davanti a un incidente ci comportiamo istintivamente, e infatti i sopravvissuti dei disastri aerei spesso si sentono terribilmente in colpa per come hanno reagito, ma questo succede anche nella vita di ogni giorno. Io credo che tutte le persone abbiano un’idea di chi siano, ma non è detto che rispecchi la realtà, ecco perchè spesso finiscono in situazioni grottesche o tragiche.
Tornando a noi, penso di aver scelto di studiare (in realtà di esplorare) la musica, perchè mi ha sempre affascinato, fin da piccolo. Affascinante è il modo in cui è capace di esprimere un sentimento profondo, triste, toccante senza l’ausilio della parola. Anche a sette anni sentivo il bisogno di addentrarmi in essa, pur non avendo un’adeguata conoscenza musicale.
A ogni modo, durante la mia esplorazione del mondo musicale ho imparato alcune cose su me stesso. Ho un rapporto meraviglioso con la musica, è la mia migliore amica, la mia amante, la mia anima gemella. Non mi mente mai e non mi giudica mai. È un rapporto genuino, del tipo che potrei solo sognare di avere con un essere umano, proprio a causa della fallibilità degli esseri umani, la mia soprattutto.

Cosa significa cultura per te?

Per quello che ne so, cultura è l’insieme delle differenze nel modo di esprimersi e di percepire la realtà, dovute alla posizione geografica e all’influenza storica. Ovvio che se vivi in Vietnam, il tuo modo di comunicare è diverso, ed è impossibile giudicare tutte le piccole differenze che ti riguardano. Per esempio, in Inghilterra diciamo “to breast feed”, che significa allattare, mentre in Spagna è il bambino il soggetto che compie l’azione, è lui a prendere il latte. Comunque, queste sono tutte stronzate semantiche, di sicuro l’esperienza del vivere plasma il nostro modo di esprimerci, ma allo stesso tempo ci permette di capire quei sentimenti comuni a ogni essere umano.
Per me, ad esempio, é impossibile essere razzisti se si ama davvero la musica, perchè la musica ci mostra quanto siano simili i nostri sentimenti, quella profonda malinconia presente in tutti noi, ci mostra la tristezza di vivere una vita transitoria. Ironicamente, la musica tradizionale ebraica e la musica tradizionale araba hanno molte cose in comune.

Che tipo di relazione hai con la morte? Voglio dire, che ruolo svolge nella tua vita e nella tua musica? Ne sei spaventato?

Non sono spaventato dalla morte in sé, piuttosto di morire. Non sono un gran fan del dolore, ma penso che anche la morte, o una morte violenta, possa insegnarti qualcosa su te stesso e, certamente, tutte le esperienze sono valide. Eppure, la mia parte narcisistica si meraviglia che il mondo possa andare avanti senza di me…la risposta è fin troppo facile.
Tuttavia, penso che ci sia una parte, in tutti noi, che desidera fortemente morire e quando ciò avviene, è quasi un sollievo. Quando ero ancora un ragazzo, venni attaccato da uno sconosciuto, e ricordo di essermi reso conto che se l’uomo non avesse lasciato la presa sulla mia gola, sarei probabilmente morto. Non ero in preda al panico o triste, ma stranamente pervaso da una pacata calma logica; quindi, credo che il nostro cervello abbia un qualche sistema di protezione per aiutarci nel trapasso e se è così, un giorno lo saprò per certo, come tutti del resto, e probabilmente penserò: “Non posso credere di esserne stato ossessionato così tanto” e lo sono, fin da giovanissimo. Infatti mi fa arrabbiare, ho una vita grandiosa e invece di godermela, l’analizzo. Ho tutto ciò che voglio, ma continuo a sentirmi in colpa, non me lo godo, oppure lo analizzo troppo per godermelo. Sarà questa la ragione per la quale finirò all’inferno. Dio mi dirà: “ti ho dato tuttciò che volevi, ma tu hai continuato ad essere infelice, che è il peggior peccato che si possa immaginare”…

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C’è uno scrittore, un poeta, un pittore… che ami particolarmente?

Beh, no. L’arte non é quantificabile; ci sono molti artisti, musicisti, registi, attori che amo, ma non necessariamente uno più dell’altro; sono tutti unici, ad esempio amo Filomena Moretti per il suo talento e la sua abilità espressiva, ma amo Stanley Kubrick per la sua visione scrupolosa e il suo genio zelante; ed è questo che li rende speciali, la loro unicità.

Quando hai scoperto che la musica sarebbe diventata la tua strada?

Come ho detto, sono sempre stato affascinato, anche un po’ ossessivamente, dalla musica. É stata proprio la mia ossessione a portarmi, a sedici anni, a trovare lavoro in un negozio di dischi e a “iniziarmi” allo studio del mondo musicale. Combinazione di eventi e volontà sono state la mia fortuna.
Poi, è vero anche che è possibile studiare la musica per centinaia d’anni e comunque non  arrivare a capirla mai interamente, questo perché è un mondo molto profondo.

Vorrei parlare di due tue canzoni, The kursk e Our weight in oil. La prima è un tributo alla memoria di quei marinai lasciati a morire per salvaguardare i segreti militari della marina russa. La seconda ricorda le vittime della guerra per il petrolio. In ogni momento e in qualsiasi parte del mondo, qualcuno o qualcosa ha bisogno della nostra attenzione, del nostro aiuto, di una forte reazione globale, e tuttavia raramente riusciamo a fare davvero qualcosa. Siamo forse incapaci di reagire, o meglio di organizzare una reazione, oppure si tratta di una estesa indifferenza, supportata da una memoria labile che continua a svanire?

Uno dei maggiori problemi, con cui abbiamo tutti a che fare, è un aspetto della natura umana: l’avarizia; che a sua volta alimenta la corruzione, facendola diventare anch’essa un problema. Questo meccanismo viziato ha creato un sistema (in cui purtroppo siamo tutti imprigionati) simile, nella forma e nella sostanza, a pericolose sabbie mobili.
Quando ci prendiamo la briga di guardare un po’ più da vicino come l’economia e il sistema agiscono e operano, ci rendiamo conto che guerra e morte non sono altro che le decisioni finanziarie di politici moralmente e finanziariamente corrotti. Così come ci rendiamo conto che polizia e leggi vengono usati, sempre di più, come strumenti di controllo; ma anche gli assassini più prolifici sono meno pericolosi, per la società, dei discorsi di Dick Cheney e di quelli come lui, che pianificano guerre e traggono vantaggio da morte e distruzione.
Persone come queste sono le vere nemiche dell’umanità. Ne abbiamo già parlato (si riferisce a una nostra precedente conversazione al termie di un suo concerto n.d.A.) ma lasciami dire che a parte, diciamo, le nostre madri a nessuno frega un cazzo di noi e della qualità della nostra vita. I governi preferiscono, piuttosto, vederci alla guida di automobili con motori a combustione, una vecchia e inefficiente tecnologia che non fa altro che inquinare, ma poiché ricevono molti soldi dalle compagnie petrolifere allora…
Preferiscono vederci mangiare cibo geneticamente modificato, anche se ci sono delle ovvie e disastrose implicazioni, e questo perchè prendono molti soldi dalla Monsanto, il cui scopo é appunto la divulgazione degli OGM.
Abbiamo bisogno di una forza di polizia che controlli i nostri leader da vicino. Noi, come cittadini, abbiamo bisogno di ricevere protezione dallo Stato, e forse anche di nuovi governi, perché quelli in carica non lavorano per noi. Lavorano per le società e i loro interessi, società a cui ovviamente non stiamo a cuore noi. Tutto questo é folle, perchè viviamo in un sistema in cui 10.000 compagnie controllano l’80% del mercato globale e questo non fa bene all’economia. Per dirla in breve, tutti i governi complottano insieme a quelle stesse industrie da cui fanno dipendere l’economia globale, finanziandole con le nostre tasse, tasse che siamo obbligati a pagare, mentre i nostri stipendi si assottigliano; e siamo obbligati a lavorare sempre di più per guadagnare sempre meno, facendo lavori che odiamo. Inoltre si continua ad abusare dell’ambiente in modo costante e senza una ragione, se non quella di far arricchire poche centinaia di migliaia di persone.
Questo deve finire, e intendo questo continuo prenderci per i fondelli (e lo fanno, con tutte le loro forze); tutte le potenzialità del genere umano vengono sprecate in favore di una forzata stupidità. E sarà anche peggio quando la Monsanto deterrà il copyright di ogni codice genetico; credi davvero le importerà qualcosa del fottuto governo americano? Se lo comprerà, il governo americano (se non se lo é già comprato).
“É così che va” mi sento dire, ed è vero, ma è una scusa, perchè non dovrebbe andare così. Come esseri umani siamo in grado di fare cose meravigliose, perché non riusciamo ad organizzare un mondo dove le persone siano felici, o almeno contente? Il fatto è che le priorità sono sbagliate, ad esempio la qualità della vita dovrebbe essere una priorità, perchè è la parte più importante della nostra esistenza e non ha niente a che fare con il denaro.
Finché si ha cibo, un rifugio e la salute tutto il resto diventa un territorio da esplorare, diventa il mondo che vogliamo, nel quale trascorrere il nostro tempo in modo veramente produttivo, facendo un lavoro che ci piace e, proprio per questo, facendolo bene.

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Per quanto riguarda i tuoi testi, noto alcune immagini ricorrenti che prendono la forma di una barca che naviga, che affonda, che si perde nel mare. Chiaramente mi riferisco a The sinking ship song, e a I name this ship the tragedy, bless her and all who sail with her (tratte dall’ultimo album The howling songs, n.d.A.) e dalla quale cito “la barca si è persa un’altra volta” e, in un qualche modo, al sottomarino Kursk nell’omonimo brano. Queste metafore come si collegano a te: sono citazioni letterarie o riferimenti a una qualche tua esperienza del passato?

Per quanto riguarda The Kursk, é un brano connesso esclusivamente alla tragedia a cui si riferisce, e le ragioni che mi hanno spinto a scrivere sull’argomento non sono state tanto il fatto di rendere noto che  quelle vite sono andate perdute negli abissi marini, quanto, piuttosto, che sia stato il governo russo a deciderne la sorte. Ha lasciato morire i suoi marinai, respingendo volutamente le offerte di aiuto da Svezia e Norvegia, e per cosa? Per proteggere un segreto che già tutti conoscevano: le specifiche tecniche del Kursk, la nave ammiraglia della marina russa.
Sembra che al governo russo non importi nulla delle vite umane; oltre alla tragedia del Kursk, vi sono altri esempi, come l’attacco a Grozny, illegale, indifendibile, moralmente fallito; l’assedio al Teatro di Mosca e il massacro della scuola di Beslan.  Pensa, lo stavo guardando in diretta alla televisione, quando riferirono che le truppe russe avevano fatto esplodere il muro, causando la morte di molti bambini. Poi, invece, cominciarono a negare che fossero state le truppe russe, e questo appena si accorsero che quei bambini erano stati giustiziati in diretta tv. Qui non si tratta più di parlare di qualità della vita, ma del fatto che a queste persone non importa nulla che tu viva o muoia.
Per quanto riguarda The sinkin ship song (“la barca che affonda” n.d.T.), la barca rappresenta metaforicamente la società. Penso che la vita moderna, nonostante le sue luci abbaglianti e i suoi entusiasmi di breve durata, offra, in verità, la peggiore qualità di vita di sempre; vale certamente per un 80% dell’umanità.
L’immagine di una barca nel mare che affonda, che si perde, è romantica, significa letteralmente gettare al vento ogni cautela. Amo il fatto che, nei tempi antichi, i marinai decidessero di intraprendere lunghi viaggi per mare,      nonostante il pericolo, secondo la mentalità di allora, di giungere ai confini della terra e cadere di sotto. C’era qualcosa che li spingeva a farlo. Dov’è adesso quel qualcosa?

Concordo con te quando dici “siamo schiavi” (tratto dal brano Chains, l’album é Failing songs n.d.A.), tuttavia, ogni schiavo ha la sua possibilità di fuggire ed essere libero, in un qualche modo. Non è una libertà permanente, certo, a volte  dura solo pochi secondi… ti chiedo, che cosa ti fa sentire libero a volte?

Beh, da quando ho lasciato la Francia fascista mi sento un po’ più libero, ma in definitiva è impossibile sentirsi liberi. L’altro giorno stavo ripensando a com’era prima dell’introduzione del CCTV (i sistemi di sorvegliana a circuito chiuso, n.d.T.), a com’era la nostra vita prima che iniziassero a video-riprenderla. Te ne ricordi? Io sì, e mi andava bene com’era. Ora penso che non potrei mettermi le dita nel naso, anche se mi trovo dentro alla mia macchina e in un parcheggio vuoto, perchè mi sentirei comunque osservato. Siamo tutti costantemente osservati, ma riesco a ricordarmi quando ancora non era così.
Hanno invaso il nostro senso generale di libertà. Come dicevano i Funkadelic, una delle migliori e, forse, la più radicale tra le band, “la libertà è libera dal bisogno di sentirsi libera”.
La realtà è che non possiamo sentirci liberi di fuggire, perchè ad impedircelo è il sistema stesso: ci tiene tutti in trappola. Noi siamo schiavi del sistema. Penso che una delle ragioni sia il fatto che è troppo forte per combatterlo da soli, eppure è proprio da questo presupposto che dovrebbe partire la nostra protesta. Se riuscissimo ad organizzarci in modo che abbastanza persone, simultaneamente, si rifiutassero di pagare le tasse, cosa potrebbero fare? O ascoltarci o rinchiuderci tutti, cosa che costerebbe sui 100.000 euro a persona, all’anno. Capisci? Un fottuto spreco.
Dobbiamo fare qualcosa, perchè loro non fanno nemmeno finta di ascoltarci, a parte quando illegalmente ascoltano le nostre telefonate, e noi siamo più forti di loro. Lavorano per noi, non il contrario.

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ROBERTA BOSCO – MATT ELLIOTT

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