05.15.09
Perduti nei libri
“Mi dia La Venere Fisica, di Maupertuis, edizione antica del 1767, traduzione di Dionato Anniani” proferì secco e stridulo un giovincello dalla barba rada. La bibliotecaria lo guardò storto e gli rispose gentile: “Ora glielo vado a prendere.”

Tornò con un volume vergognosamente impolverato. “Non ci sono molte persone a voler libri come questo…” si giustificò porgendoglielo. “Capace che non l’ha mai letto nessuno da oltre un secolo” aggiunse tossendo.
Il giovane annuì e, fiero di essere uno dei pochi a interessarsi di cotanta noia, sentenziò: “Sto facendo una tesi sui precursori dell’evoluzionismo nella Francia del XVIII secolo. In Italia siamo una decina al massimo a occuparci di queste cose. A un certo livello, è ovvio…” Si affrettò a precisare. Quindi si sedette e prese a scartabellare il volume con fare da gran intellettuale.
Tra le pagine, e precisamente tra la 123 e la 124, con grande sorpresa spuntò un antico manoscritto. Una pergamena ingiallita dal tempo che sembrava una lettera. Lo studentello si gettò con avidità su quella calligrafia sbiadita tutta curve d’altri tempi:
Mio amato, il nostro stratagemma sembra funzionare in modo egregio. Le missive celate tra le pagine dei libri di questa biblioteca volano senza che alcuno possa sospettare della nostra relazione. Ho quasi terminato la nuova lirica. Spero che sia di vostro gradimento come le altre. Ho bisogno di riguardarla ancora. Lo farò questa notte. Ve la recapiterò domani, se riesco, nel libro di Needham: Nouvelles Observations microscopique, Amsterdam, 1750 alla solita pagina. Vi bacio, luce dei miei pensieri.
Sbalordito, il giovane si convinse che quella lettera anonima doveva essere stata dimenticata tra quelle pagine da almeno due secoli. La intascò in fretta e in fretta giustificò se stesso. Non era un furto, perché quello scritto non faceva parte del libro di proprietà della biblioteca. Così meditando, corse a richiedere il volume del Needham. Pregava che ci fosse e, soprattutto, che contenesse la continuazione di quella storia, per quanto lo ritenesse estremamente improbabile. Con grande sorpresa, invece, aperto il tomo a pagina 123 trovò un nuovo manoscritto:
Non sono riuscita a terminare quel che mi ero prefissata, vi chiedo di pazientare ancora per questa mia ultima poesia. Lo so che dovete dar tutto alle stampe a giorni. Ma non temete, manca poco. Per l’intanto vi prego di apportare le correzioni qui di seguito alla lirica che vi ho consegnato l’ultima volta.
Ma prima mi preme ancora una volta di precisare che lo so, mio amato, che fate tutto ciò per dovere e controvoglia. Sono io che ve lo ho imposto. Perdonatemi se potete. Ma è stata l’unica condizione che vi ho posto nel concedermi a voi. Siamo entrambi consapevoli che solo a questo modo, in questa società di uomini, i miei componimenti potranno trovare diffusione invece che rimanere chiusi nei miei cassetti. Anche se il prezzo è che siano firmati col vostro nome di uomo anziché il mio. Se non fossi donna sarei riuscita a impormi agli editori. Eppure sono contenta di esserlo perché a questo modo vi posso amare.
CORREZIONI:
- prima riga: cambiare ‘rammenti’ con ‘rimembri’
- quinta riga: ho pensato di rimettere ‘lieta e pensosa’ come avevo scritto in un primo momento.
A domani in: Opere medico-chirurgiche del Signor Francesco Mauriceau, Venezia 1740, Vol I.

Poco dopo, dalla pagina 123 del primo tomo impolverato del Mauriceau, si dischiuse il terzo manoscritto:
Mio amato, non trovo le vostre risposte. A questo punto temo che le mie precedenti non vi siano giunte o che non le abbiate trovate. Mi è impossibile verificare se sia così in questo momento: mio marito mi ha fatta seguire e sono controllata. Per disperazione lascerò questa ultima nella vana speranza che vi possa giungere. In ogni caso mi farò trovare domenica alla Santa Messa e spero di incontrarvi con il trucco del confessionale come le altre volte. L’ultima poesia ve la consegnerò lì di persona. E’ più prudente. S’intitola L’infinito.
Vi anticipo l’incipit:
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
“È pazzesco!” trasalì il giovane. “Dunque Leopardi era un ghost writer e tutte le sue liriche sono state scritte da una donna!” concluse. “Grazie alla mia scoperta si dovranno riscrivere tutte le antologie!” Proferendo queste parole e agitandosi come un forsennato uscì dalla sala.
La bibliotecaria lo osservò con un sogghigno. Poi aprì un cassetto e ne estrasse un foglio ingiallito. Mentre la sua testa concepiva nei dettagli l’ucronia che Napoleone non fosse mai esistito e fosse bensì un complotto mediatico degli storici di primo Ottocento al soldo dei regnanti d’Austria, intinse una penna d’oca in una boccetta di inchiostro e, con grafia sinuosa, incipiò una nuova puntata di una nuova caccia al tesoro da occultare in un nuovo libro antico.
ZOP
