Il suo, prof. Maffìa, è un intervento costellato di domande appassionate. Alcune sono domande retoriche, altre esprimono veri e propri interrogativi per i quali, forse, non c’è risposta, almeno non univoca – e questo è il bello. Continuerei su questa linea per porle alcune questioni relative non solo al suo scritto, ma a un più generale “concetto di poesia” che possa aiutare i poeti esordienti a farsi un’idea non di cosa fare, ma di dove iniziare una ricerca che può portare poi a direzioni diverse.

Non c’è un concetto generale di poesia che possa aiutare gli esordienti, i giovani, per orientarsi su cosa fare e su come lavorare. La poesia è, insieme, una ricerca e un incontro starei per dire casuale e il cammino nasce e si approfondisce senza che nessuno possa intervenire veramente, sostanzialmente. Se aprendosi alla lettura si comincia ad avere coi testi quella complicità necessaria che porta oltre i confini della parola, che nella parola sa trovare mistero e lievito capaci di avviare un rapporto speciale, allora si comincia a sentire il brivido dei sensi nuovi e incolmabili. Da sé poi il giovane poeta sentirà la necessità di indagare, di appropriarsi di altri mondi, di metterli a confronto, e sentirà la necessità di affinare i propri strumenti. Nessuna scuola di retorica, di grammatica, di poetica, nessun laboratorio linguistico o “creativo” saranno mai in grado di “fare un poeta”. Semmai i consigli potranno avere una qualche rilevanza durante il percorso, ma anche questa è un’antica prassi, che una volta si chiamava labor limae.
Partiamo subito dalla polemica: lei attacca i poeti che “fanno finta di raccontare avvenimenti minimi della propria esistenza” e che rendono un “banale resoconto del quotidiano”.
Non crede che, oltre alla bellezza dei voli spericolati ai quali ci espongono le nostre ambizioni estetiche ed etiche, ci sia un quid anche nel grigio quotidiano? Non crede che la poesia possa aiutarci non solo a viaggiare lontano, ma anche a scavare nel banale per scoprire il mistero che si nasconde dietro gesti conosciuti?
Ci mancherebbe altro che non si possa o non si debba poter scavare nel grigiore quotidiano! Bisogna però vedere se si tratta di scavo, di affondo, di incontro col quotidiano che non sia resoconto banale, cronaca, ovvietà. La poesia non deve avere barriere, io ho fatto da sempre una grande battaglia contro coloro i quali utilizzavano, e utilizzano, il prontuario degli argomenti proibiti e delle parole proibite. Niente è proibito in poesia, assolutamente niente. Lei pensi ai crepuscolari, a Gozzano, a Moretti, pensi a Saba, pensi a Pascoli, soltanto che questi poeti non si sono limitati a dare notizia degli oggetti, delle cose quotidiane, della banalità del vivere e del grigiore. Ne hanno tratto lumi nuovi, le hanno fatte diventare presenze inedite, hanno aperto una strada inconsueta attraverso il piccolo mondo che li circondava, ognuno con la propria sensibilità e il proprio modo di porsi davanti alla vita.
Quando io attacco la banalità e l’ovvietà e faccio alcuni nomi è perché questi signori si limitano a elencare, a dare notizia affidando il resto al lettore. Il lettore deve diventare attivo reagendo a qualcosa di vero, di falso, di irritante, di fantastico, non di morto. Mi dispiacerebbe se le mie affermazioni fossero fraintese. Faccio un esempio. La poetessa polacca Wistawa Szymborska è notoriamente considerata una “minimalista”, ma, per fare un solo esempio, in Conversazione con una pietra, dice a un certo punto: “Non entrerai- dice la pietra- /Ti manca il senso del partecipare. /Non c’è senso che possa sostituirti quello del partecipare”. A buon intenditore… Invece i poeti da me citati e attaccati sono dei resocontisti asfittici, dei giornalisti della cronaca di provincia, e tutti uguali, tutti identici in quel che offrono. Basta leggerne uno e non badare agli altri. Sono figli dei nuovi supermercati dove si trova merce prodotta in serie e spesso avariata o contraffatta.

Lei afferma che la poesia è “verità insolente”. Siamo curiose di capire il significato di quell’”insolente”. Si riferisce al potenziale di una rivelazione, che ha sempre in sé qualcosa di sconvolgente e poco riguardoso? O forse il poeta deve scrollarsi di dosso la convenienza dei discorsi “politicamente corretti”, per non “lasciarsi sciogliere” (come indica l’etimologia della parola) dal senso comune?
Ma certo, insolente ha un’ infinità di significati e la poesia deve possederli tutti altrimenti resta inchiodata all’usuale che, ripeto, non è legato all’argomento. Naturalmente oltre che nel senso di temerario, insolente ha anche il senso suggerito dall’etimologia latina: insolente come insolito, strano, inusitato. Se la poesia non è così si riduce a semplice comunicazione e allora perde la sua connotazione, la sua magia, il suo essere diversità e lievito per andare oltre il visibile. In quel meraviglioso e illuminante libro di Marina Cvetaeva, Il poeta e il tempo, è detto senza mezzi termini: “Il più terribile, il più maligno (e il più onorevole!) nemico del poeta è il visibile”.
Nel suo intervento, ci ha raccontato gli obiettivi della poesia, i risultati altissimi ai quali può puntare. Parliamo ora di grezza pratica: che consiglio darebbe a un poeta che le chiedesse come si scrive buona poesia? E che consiglio darebbe a un editor che le domandasse in che modo far lavorare e faticare il più possibile un ragazzo che vuole arrivare a dirsi poeta?
Credo valga anche per questa domanda la mia prima risposta. Aggiungo che tutti i suggerimenti possono servire a meditare. A essere entusiasti o cauti, a guardare con maggiore attenzione alle problematiche letterarie. Ma quel che bisogna sempre tenere in grande considerazione è il corpo a corpo che bisogna fare con le opere dei grandi, dei classici, e con il proprio tempo per portarlo in un presente perenne, in un tempo senza tempo. Lo ripeto, non mi stanco di farlo, vanno bene i manuali di James, di Muir, di Slovskij, di Vargas Llosa, di Kundera,di Carver, di Calvino, di Cerami e i mille altri antichi e contemporanei, ma i più importanti sono quelli di Rilke, che si limita a fare una domanda capitale posta al giovane poeta e non gli dà delle ricette, e quelli che arrivano dalla lezione zen, leggere per anni per poi dimenticare.
Non c’è altra strada, le ricette sono soltanto teorie.

Ogni arte ha i suoi strumenti di lavoro. Questo lascia intuire che anche il poeta ha, alle proprie spalle, strumenti e studi che lo hanno aiutato ad affinare la tecnica. Quali possono essere questi strumenti? Al di là del necessario studio degli autori classici, ci sono altre discipline, come la linguistica o l’italianistica, che non dovrebbero mancare nel bagaglio culturale di un poeta?
Nel bagaglio culturale di un poeta non dovrebbe mancare niente. La poesia è onnivora, si nutre di letture classiche di poeti e di teologi, di storici e di filosofi, di fumetti, di film, di racconti orali, di osservazioni, di narrativa (Montale diceva a tutti di leggere molta narrativa, soprattutto dell’Ottocento), si nutre di vita vissuta, di viaggi, di confronti perfino occasionali, non cercati, si nutre di sogni, di delusioni, di esaltazioni, di studi linguistici e di antropologia, di etnologia e di semiologia, ma guai a essere presente (notate il corsivo) con tutto questo bagaglio nel mentre sta nascendo una poesia, immediatamente diventerebbe non più un sogno guidato ad occhi aperti, ma un’analisi ragionata e logica in cui l’emozione perderebbe il suo peso. Un verso è un’alchimia di cui nessuno conosce le scaturigini e sarebbe sciocco insistere sul divino o su qualcos’altro, certo è che quando vengono fuori fulmini perfetti e intensi come:
“M’insegnava ad ora ad ora come l’uom s’eterna”,
“La bocca mi baciò tutto tremante”,
“Né più mai toccherò le sacre sponde”,
“Dolce e chiara è la notte e senza vento”,
“Trovo l’infinito nell’umiltà”
si resta sbalorditi e stupiti e viene al lettore un senso di pienezza e di vuoto, un orgasmo ineguagliabile.

Da profana e lettrice inesperta, non posso ignorare come alcuni versi non dicano nulla di primo acchito: ma con uno studio, magari la spiegazione di un maestro più esperto, rivelano un’eccezionale capacità di emozionare. Lei crede più in una poesia immediata, comprensibile a tutti, o in una che vada “esplorata”, in una certa misura “oscura” al lettore medio?
Questo è il problema più annoso e più inestricabile di tutta l’estetica. Non c’è filosofo che non l’abbia affrontato e non c’è poeta che non abbia dovuto fare i conti con il lettore. Purtroppo o per fortuna la poesia non è una scienza e quindi non ci sono formule per stabilire il grado degli esiti. Mi verrebbe di rispondere con certe affermazioni di Hume, di Heidegger, ma anche di Plotino, o per arrivare vicino a noi, con straordinari discorsi della Zambrano, perfino di Jung. Ma sarebbe uno sfoggio di posizioni che, ahimé, mi sento di condividere tutte con adesione totale, anche quando sono palesemente in contraddizione tra loro.
Davvero fiumi d’inchiostro si sono spesi per cercare di stabilire se la poesia debba rispondere all’appello immediato del lettore oppure se debba essere corteggiata e quindi vissuta piano piano con un’adesione che deve scavalcare gli intoppi iniziali dell’incomprensione. Non so rispondere. Posso dire che non sempre la poesia avvince o prende, interessa perché ci fa entrare in una radura chiara e comprensibile; a volte ci avviluppa per una strana magia che scaturisce dal suono o da qualcosa che arriva da lontano, una risonanza, e diventa musica.
Ma se resta zitta o sfugge, vuol dire che dietro le parole di quel poeta manca la necessità del dettato, si tratta di manierismo, magari perfetto tecnicamente, ma privo di anima.
Un’ annotazione però è necessaria, molto dipende, negli incontri, dalla “preparazione” che si ha, dalla “educazione” conquistata a forza di letture, di esperienze, di confronti. Anche la musica ha di queste esigenze, parlo della musica, non delle canzonette; anche la pittura pretende un’adeguatezza per entrarci, per capirla, per sentirla.
DANTE MAFFIA PER STUDIO83
INTERVISTA A CURA DI GIULIA ABBATE E ELENA DI FAZIO


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/ maggio 20, 20102)Posso dire che non sempre la poesia avvince o prende, interessa perché ci fa entrare in una radura chiara e comprensibile; a volte ci avviluppa per una strana magia che scaturisce dal suono o da qualcosa che arriva da lontano, una risonanza, e diventa musica.Ma se resta zitta o sfugge, vuol dire che dietro le parole di quel poeta manca la necessità del dettato, si tratta di manierismo, magari perfetto tecnicamente, ma privo di anima.
+1
Luca78
/ maggio 24, 2009Bellissima intervista!
Due parti mi hanno colpito molto
1) Nessuna scuola di retorica, di grammatica, di poetica, nessun laboratorio linguistico o “creativo” saranno mai in grado di “fare un poeta”.
2)Posso dire che non sempre la poesia avvince o prende, interessa perché ci fa entrare in una radura chiara e comprensibile; a volte ci avviluppa per una strana magia che scaturisce dal suono o da qualcosa che arriva da lontano, una risonanza, e diventa musica.
Ma se resta zitta o sfugge, vuol dire che dietro le parole di quel poeta manca la necessità del dettato, si tratta di manierismo, magari perfetto tecnicamente, ma privo di anima.
Ripeto: bellissima intervista..e grazie al prof. Maffia!